Il mondo non è un luogo giusto

Il mondo non è un luogo giusto. C’è chi reagisce – la speranza, come ci ricorda Sant’Agostino, cammina sulle gambe dell’indignazione per ciò che non va e del coraggio di agire per cambiare, c’è chi soccombe e muore di disperazione – ne abbiamo parlato la settimana scorsa su Mind the Economy, e, infine, c’è chi si adatta. Le ingiustizie esistono, tutti noi le abbiamo patite o ne siamo stati testimoni più o meno diretti. Abbiamo visto il dolore innocente, la sofferenza, le tribolazioni e l’iniquità. Queste esperienze fanno male.

Il nostro cervello reagisce a situazioni simili generando un senso di disgusto e rabbia: si attivano le stesse aree cerebrali, la parte anteriore dell’insula anteriore e della corteccia cingolata, implicate appunto nell’esperienza del disgusto e del dolore psichico e sociale. Mentre queste reazioni fisiologiche sembrano essere invarianti tra i soggetti che si trovano in situazioni simili, le reazioni cognitive, il modo in cui elaboriamo consciamente queste esperienze possono variare in maniera rilevante.Nuovo Lexus NX. Feel. Believe. Prenotalo per primo.Lexus

Sdegno o adattamento?

Da una parte, possiamo avere reazioni di sdegno e di attivazione volte alla protesta, alla ribellione, alla eliminazione delle condizioni che consideriamo all’origine dell’ingiustizia; ma esistono anche altre risposte, quelle, per esempio, di chi si adatta, di coloro che modificano cognitivamente le loro credenze e le loro convinzioni per adattarle ad una situazione di palese ingiustizia, trasformandola, in questo modo, in uno scenario tollerabile e perfino giustificabile.

Nel primo caso si reagisce cercando di intervenire attivamente sulla realtà per renderla coerente con il proprio ideale di giustizia; nel secondo, invece, si adatta la lettura della realtà, per renderla compatibile con una personale visione di un mondo giusto. Gli psicologi chiamano questo fenomeno “ipotesi del mondo giusto”. Chi crede in un mondo giusto è convinto che la vita sia retta da regole di giustizia secondo le quali il merito viene sempre premiato e le colpe sempre punite, oppure, il che è simmetricamente equivalente, le punizioni sono giustificate dalle colpe e i premi sono sempre meritati. Siamo tutti mossi dalla fondamentale necessità di dare ordine alla caotica esperienza della realtà, dal bisogno insopprimibile di trovare un significato alle vicende, soprattutto alle più dolorose, della nostra e delle altrui esistenze.

Il paradosso dell’“ipotesi del mondo giusto”

Un fenomeno, quello dell’ipotesi del mondo giusto, che produce conseguenze a volte davvero paradossali. Davanti all’esperienza del dolore e dell’ingiustizia, la convinzione di essere personalmente in grado di rendere le cose migliori spinge all’impegno e all’azione, ma l’esperienza dell’impotenza, al contrario, ci rende inermi e quindi proni all’autoinganno. Se non possiamo rendere migliore un mondo ingiusto, allora cerchiamo illusoriamente di rendere più giusta l’esperienza dell’ingiustizia. La necessità di dare un senso al dolore innocente, di penetrare nel “mysterium iniquitatis” che lega la sofferenza a nient’altro che il caso, può spingerci a cercare giustificazioni e a giustificare, noi stessi, quel dolore innocente. Solo a causa di questo tragico cortocircuito, se vogliamo escludere l’impazzimento collettivo, si può pensare, come molti hanno fatto e scritto, che Alan Kurdi, morto annegato a tre anni fuggendo dalla Siria in guerra, il corpicino adagiato sulla spiaggia di Bodrum, i pantaloncini blu e la maglietta rossa parzialmente sollevata dalla risacca, se la sia cercata e, in qualche misura, meritata.

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